venerdì 29 aprile 2011

Interventi - Paolo Albani

Il gioco non è che un gioco. E il giocare ci mette in gioco con le sue opportunità. Anche quando si gioca per davvero, obbedendo alla serieta' del gioco che è spesso molto superiore alla serieta' della vita, il senso della leggerezza, dell'inatteso dell'incoscienza e dell'assenza di giustificazioni libera il partecipante nella sola passione imprevedibile dell'atto. E tanto più è il gioco applicato al verbo e al senso che libera la significazione nella probabilità del dubbio e della scoperta di intese insospettabili. La scrittura e il gioco delle ricerche di Paolo Albani non mirano alla stabilità, e al minor dispendio di energie possibile, piuttosto evadono da ogni disciplina e da ogni forma di sapere, sfuggono all'accademismo e al dilettantismo perchè il suo autore si prende dei rischi che ne' lo studioso ne' il geniale autodidatta sono soliti assumersi, quelli dell'azzardo del gioco dello scambio e dell'equivoco.
Questo bizzarro Albani e’ un vero conquistatore di vortici, fantasiosamente calato nell'irriconoscibile e nell'inammissibile che fa del pensiero e della lingua un fermento ed una materia di partenze e temporanei arrivi. Il più irreverente Albani mi giustifica nel dire che una pesca è un frutto di mare o che un calvario è un campionario di senza capelli. Perchè sono le stesse parole e le idee comuni che usiamo ad offrirci le possibilità di cambiare, di incontrare il senso della realtà fissa e regolarizzabile, nel senso di quell'incontrario che sorridendoci ci affaccia sul mistero della forma della vita, che è armonia, concordanza tra discordi, presenza contemporanea nella moltitudine, emozione della trasformazione. Che sarà sempre l'unica costante di questo mondo. Sono le crepe del linguaggio, le imperfezioni, i fraintendimenti e gli errori a lasciar entrare la luce.
E costantemente non vediamo l'ombra di rivedere la luce.

Alessio Luise


Attesa d'amore
vicino a un rovo
alla fine d'estate

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amore


Ri-petizione

se voglio
v-o-g-l-i-o
liberarmi
l-i-b-e-r-a-r-m-i
da questo silenzio
s-i-l-e-n-z-i-o
insopportabile
i-n-s-o-p-p-o-r-t-a-b-i-l-e
devo trovare
t-r-o-v-a-r-e
qualcuno
q-u-a-l-c-u-n-o
che mi ascolti
a-s-c-o-l-t-i
e sia disponibile
d-i-s-p-o-n-i-b-i-l-e
a scambiare
s-c-a-m-b-i-a-r-e
due parole
p-a-r-o-l-e
perché
p-e-r-c-h-é
sono giorni
g-i-o-r-n-i
che vivo
v-i-v-o
solo
s-o-l-o
con il mio
m-i-o
pappagallo
p-a-p-p-a-g-a-l-l-o



Le donne quando ridono

Mi piacciono le donne quando ridono. Mi piacciono perché quando ridono, specie se lo fanno di cuore, lasciandosi andare, alle donne succede che il seno gli comincia a ballonzolare tutto, a muoversi per via dei sussulti che il riso provoca. Questo accade di certo alle donne che hanno un seno florido, esuberante, che sembra voglia prendere il volo e accomiatarsi dallo scollo non sempre contenuto delle loro camicette. E poi ce n’è di quelle – almeno così mi ha detto Monica – che quando ridono, poiché lo fanno mettendoci un po’ di malizia e in modo prolungato, alla fine gli diventa turgido il capezzolo, che quasi non se ne accorgono. Loro ridono, ridono e intanto piano piano gli si allunga il capezzolo e s’irrigidisce da solo, senza bisogno di alcun toccamento. Non so se questo sia vero, o se Monica me l’abbia detto solo per compiacermi perché una volta, a una mostra, le ho confessato che le donne quando ridono mi piacciono da impazzire, non so, ma hanno un fascino speciale, irresistibile.
In effetti quando vedo una donna che ride, e mi accorgo che ha un seno prosperoso, e magari si vede che non porta il reggiseno, mi viene subito da pensare che quando ride, sotto i vestiti, il seno le balla tutto, le va su e giù, ondeggia come una coppa di gelatina particolarmente morbida. Perciò vederle ridere, le donne, è uno spettacolo che fa bene allo spirito, lo trovo sensuale, rincuorante. Mi eccita immaginare che il seno di una donna mentre ride si muove seguendo la cadenza fuori controllo delle risate, che anche lui, il seno, a suo modo ride partecipando generoso ai fremiti di quel momento di allegria. Fra la bocca di una donna che ride e il seno che le oscilla leggermente scomposto sotto la camicetta esiste una sorta di complicità, d’intesa che si accende e si riproduce solo in quello stato di abbandono liberatorio di cui il riso è responsabile.
Un’altra cosa che mi piace, e non poco, delle donne quando ridono sono gli occhi. Alcune quando ridono gli brillano gli occhi come due fiammiferi accesi; dentro gli occhi gli si vede un qualcosa che non si vede quando le donne stanno in atteggiamento normale o sono pensierose, un qualcosa di profondo, quasi di spirituale mi verrebbe da dire, senza esagerazione, anche perché la parola «spirituale» me ne ricorda un’altra, «spiritoso», che con il riso si coniuga bene. Forse mi sbaglio, ma a me sembra che gli occhi di una donna quando ride diventano magnetici, più intensi, e quindi sono più autentici. Altre donne invece - è il caso di Monica ad esempio - quando ridono gli occhi li tengono chiusi, non li aprono fintanto che ridono e magari gli vengono le lacrime, e questa di nuovo è una cosa che mi eccita, perché mi viene da pensare che è così che le donne tengono gli occhi quando danno un bacio o fanno all’amore. Che meraviglia!
C’è ancora un altro movimento che mi piace nelle donne quando ridono, ed è quello che le donne compiono quando si piegano in avanti nel momento in cui ridono, e assumono una posizione quasi a angolo retto tenendosi lo stomaco con le braccia unite, che se hanno i pantaloni stretti, attillati, ad esempio i blue jeans, quando si piegano in due e lasciano cadere i capelli sul volto, se hanno i capelli lunghi ben inteso, allora in quella posizione non proprio ortodossa le rotondità del loro fondoschiena si accentuano, risaltano maggiormente (sempre che uno osservi la scena di una donna che ride standole alle spalle), e anche questo è uno spettacolo eccitante, legato al modo singolare, unico che hanno le donne di ridere, uno spettacolo che è bello da vedersi e tutte le volte che si ripete mi manda in estasi.
Monica mi ha detto che una volta, in casa di amici, dopo una battuta cretina di un tale che aveva un pizzetto da capretta tibetana, lei si è messa a ridere a crepapelle. Un po’ per l’idiozia scoraggiante della battuta, un po’ per il pizzetto ridicolo di quel tale, ha iniziato a ridere in modo così impetuoso e convulso che a un certo punto non ce l’ha fatta più, non è riuscita a trattenersi e alla fine (meno male che aveva la gonna) si è bagnata, provando lì per lì una grande vergogna tanto che avrebbe voluto scappare via, anche se nessuno per fortuna si era accorto dell’incidente. Allo stesso tempo però, con la sua aria candida, Monica ha aggiunto che, mentre rideva, sentirsi addosso quel liquido caldo che le inumidiva l’attaccatura delle cosce, le ha procurato una sensazione gradevole, sfacciatamente libidinosa. E io, per quanto mi riguarda, se devo essere sincero, nel momento in cui Monica mi raccontava quell’episodio, mi sono eccitato moltissimo pensando a lei, in gonna, che si bagnava ridendo come una pazza davanti ai suoi amici, ignari del piccolo cedimento che le era capitato. Una ragione in più per farmi piacere le donne quando ridono…
Negli ultimi tempi non appena mi sono reso conto che Monica si era fatta seria e svogliata durante i nostri incontri, e rideva sempre meno, e se lo faceva gli veniva una roba finta, artificiosa, ho immediatamente realizzato che qualcosa non andava più fra noi, che forse lei si era stancata di me. E infatti non mi sbagliavo: dopo un po’ ci siamo lasciati, senza drammi, restando per quanto possibile buoni amici, anche se la fine della nostra storia mi ha rattristato molto perché adoravo quel suo modo voluttuoso e impertinente di ridere.

Il silenzio assoluto

Dopo aver seguito per due estati consecutive un corso di yoga tenuto da un tale di Rimini che, a dispetto del suo volto truce, si faceva chiamare Bhakti (Amore), un uomo si era fissato che voleva provare a ogni costo «l’estasi del silenzio assoluto». Pertanto si rivolse a una ditta specializzata e fece rivestire la sua camera da letto di un materiale insonorizzante come quello che si adopera per isolare acusticamente i locali pubblici, discoteche, sale cinematografiche, ecc.
Non ancora soddisfatto, da perfezionista qual era, incollò sulla superficie insonorizzata, con l’aiuto di un amico, dei contenitori per le uova, formati da piccole protuberanze di cartone: un sistema artigianale ed economico, questo, per rendere un ambiente impenetrabile ai rumori. Tempo addietro l’aveva visto applicato alle pareti della saletta di trasmissione di una radio privata.
Al termine dei lavori, l’uomo pensò bene di effettuare un collaudo di quanto aveva progettato. Così una notte si chiuse dentro la camera da letto trasformata in una specie di luogo di culto del silenzio, e, in attesa che l’esperimento andasse a buon fine, si sedé su una poltroncina di pelle, l’unico arredo rimasto lì dentro, insieme a una vecchia lampada da terra.
Mentre osservava, compiaciuto, i bernoccoli di cartone verdastro che tappezzavano le pareti e il soffitto, l’uomo avvertì che nella stanza insonorizzata si era creato un silenzio cupo, infrangibile, netto, senza una smagliatura disturbante e così avvolgente da procurargli un leggero batticuore, un’emozione mai sperimentata prima di allora, nemmeno durante le sue lunghe passeggiate estive in montagna, lassù, oltre i duemila metri, nei rari momenti in cui il vento si placa all’improvviso e smette di sibilare fra le rocce.
Tuttavia, poiché voleva essere sicuro di ottenere un silenzio ancora più intenso, totale, si mise dei tappi di cera nelle orecchie e in aggiunta - ultima precauzione, tanto per essere sicuro - anche una cuffia senza fili che di solito usava davanti alla tv per non disturbare i vicini.
Seduto al centro della stanza, con la cuffia in testa come se ascoltasse della musica, l’uomo spense la luce premendo il pulsante della lampada che aveva di fianco e si preparò a godersi finalmente «la percezione cosmica del silenzio assoluto», un’idea su cui Bhakti tornava spesso nelle sue lezioni, anche se per lui, a dire il vero, malgrado fosse un guru da spiaggia, l’assolutezza del silenzio era da intendersi non come un fatto fisico, bensì come il risultato - raggiungibile dopo lunghe meditazioni - di un’esperienza interiore, mentale, di pensiero.
Una volta al buio l’uomo si piegò su se stesso, appoggiando i gomiti sulle ginocchia in modo da concentrarsi meglio. D’un tratto, però, sentì una fitta dolorosa all’altezza della spalla sinistra e un gran senso di oppressione sul petto. A nulla gli valse mettersi a gridare né tanto meno, dopo che era caduto sul parquet, battere i pugni con le poche forze che gli erano rimaste nella speranza di richiamare l’attenzione dei vicini.
Dalla stanza insonorizzata non uscì il minimo rumore.

(luglio 2008)

NOTA

Paolo Albani è nato nel 1946 a Marina di Massa. Scrittore, poeta visivo e performer, è membro dell'OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale), della Sezione italiana della Joseph Crabtree Foundation e del Comitato Scientifico dell'Institut International de Recherches et d'Exploration sur les Fous Littéraires. In qualità di semi-semiologo, ha tenuto nel 1994 il corso di Semiotica presso l'Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Firenze e per vari anni ha insegnato all'Università del Progetto di Reggio Emilia. E' Console Magnifico dell'Istituto Patafisico Vitellianense, emanazione autonoma del Collegio di Patafisica, e da alcuni anni ricopre la cattedra di Linguistica fantastica presso la Facoltà di Scienze inutili di Barcellona.
Ha pubblicato numerosi libri e studi con editori di rilevanza.
Ha partecipato con performance e interventi a convegni, festival, seminari, e mostre. Per Stefano Bartezzaghi sarebbe "uno dei più tenaci frequentatori italiani dell'area dove la letteratura incontra il nonsenso e il gioco". Piergiorgio Odifreddi ha detto - Albani sottolinea " credo per sfottermi" - che sono "il campione italiano della letteratura potenziale". Ha un bellissimo sito ricco di ricerche e testi ricreativi dove perdersi dietro agli avanzi delle sue giocose e gioiose rivoluzioni:
http://www.paoloalbani.it/.

http://vimeo.com/20839093
http://xoomer.virgilio.it/palbani/Menu.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Albani
http://vimeo.com/20839093

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