giovedì 4 novembre 2010

Poesia - Sharon Olds

IL CERCHIO MAGICO DELL'AGGRESSIONE: QUATTRO POESIE DI SHARON OLDS
commento e traduzione di Alessandro Manitto

Sharon Olds cerca la propria immagine, e lo fa attraverso il rispecchiamento. Si osserva nei propri aggressori, ne assume il ruolo, ne ruba la voce che trasforma in stile poetico.
Le quattro poesie che ho qui tradotto rappresentano i quadranti dell'arena di questo conflitto interiore. Sono le aree tematiche ciclicamente attraversate dal suo sentire, i modi in cui prende forma la sua identità. Com'è giusto che sia, sono sia argomenti di riflessione che profonde e confuse condizioni esistenziali. Sono: la reciprocità di ogni legame; l'illusoria soluzione dello scambio di ruolo; l'osmosi affettiva che confonde l'identità; il sollievo provvisorio del distacco.
The sash (Il nastro) è l'oggetto-simbolo che lega (materialmente) e collega (tematicamente). E' filo conduttore di una esposizione di tipo narrativo, come spesso accade nelle poesie della Olds. Esiste un prima, un dopo, e in mezzo un punto di svolta, che stravolge a sorpresa l'atmosfera del racconto. Ciò che era rassicurante, ora è fonte di turbamento: il nastro utilizzato nei giochi innocenti dell'infanzia accentra su di sé, nella pubertà, il desiderio contrastato di bellezza e l'emozione del sesso. In seguito, tra scoppi di violenza verbale, che sono sia esorcismo che ritorsione, si rivela anche strumento di abuso familiare. Ma vittima e carnefice sono "legati", come tutti gli esseri umani, e questa indissolubilità trasfigura in maniera religiosa l'oggetto del titolo, identificandolo con il concetto scientifico del "nastro di Moebius" (1).
Ho parlato di narrazione, e voglio approfondire l'analisi di questo procedimento stilistico, che nella Olds prende anche valenze esistenziali. Infatti, nelle sue poesie il punto di svolta assume spesso la forma del ribaltamento, come accade chiaramente in The victims (Le vittime). Il ribaltamento è la figura narrativizzata dell'antitesi: gli opposti non sono più compresenti ma si alternano, creando l'illusione del cambiamento. Il paradosso interiore rimane però attivo. L'opposto è in ombra, ma più che mai presente. La Olds lo sa e spalanca la sua poesia al sottotesto.
Chi sono, qui, le "vittime"? I bambini che gioiscono della distruzione del padre? La madre che lo sbatte fuori di casa? Il padre stesso, probabile alcolista? I poveri senzatetto, raffigurati nel loro disfacimento con immagini gotiche degne di un Poe o di un Coleridge? Il vertiginoso rispecchiamento dei ruoli trasforma il titolo della poesia in una "parola-ombrello" e, allo stesso tempo, in un'antitesi ad un solo termine: tutti (figli, madre, padre, homeless) sono vittime e carnefici.
Borders (I confini). Questo il titolo, ma il tema della poesia è il suo esatto opposto: l'inesistenza di un confine tra due esseri umani. La poetessa scopre che il tentativo di identificarsi in un ruolo confonde, più che chiarire. Chi è stata figlia ora è madre, e per essere una madre diversa dovrà essere principalmente se stessa. Emerge quindi, per mezzo di una bella metafora acquatica, il tema della diluizione del sé provocata da rapporti affettivi particolarmente osmotici. Una poesia molto drammatica, secondo me, ma in fondo positiva.
Una nota particolare va dedicata, a questo punto, all'attenzione quasi ossessiva che la Olds ha per il corpo umano. Questo, a dire il vero, è il principale argomento di critica dei suoi detrattori (qualcuno ha detto: "Siamo stanchi di sentirla parlare dei suoi orifizi!"). Noi invece cerchiamo di capirne di più, e lo facciamo prendendo in considerazione la poesia (secondo me programmatica) The language of the brag, che potete trovare nella raccolta Satan says. Qui la Olds crea un parallelo dialettico tra la propria poetica e l'opera di Walt Whitman, il cantore americano della fisicità e dell'uomo che si muove e si commuove nel mondo. Ma, per la sensibilità femminile della poetessa, corpo e mondo coincidono. Il corpo è la Madre Terra, territorio di frontiera da colonizzare attraverso la verbalizzazione. In questo senso, è naturale che la Olds indaghi la geografia (e ancora di più la geologia) della corporeità alla luce dei suoi sommovimenti più estremi. La gravidanza e il parto, il sesso, la morte definiscono le coordinate di una mappa che è strumento necessario a questo tipo di viaggio. E l'esplorazione è condotta senza censure: se lo spirito discende da Whitman, la libertà di linguaggio deriva da Ginsberg.
A week later, infine, presenta una fitta tessitura di notazioni temporali, dalla quale emergono due drammatiche occasioni di distacco: il divorzio dal marito e la morte della madre. Le accomuna, in superficie, una inquieta sensazione di sollievo, che viene però messa in discussione da tre immagini simboliche prelevate dal campo semantico del "volo". In sogno, un oggetto si staglia in cielo, fiammeggiante come un sole che misuri il tempo della giornata al suo passaggio. Un aereo dipinto, congelato nella sua rappresentazione, sovrasta i personaggi in una sala che evoca una tomba antica. La metafora dell'uccello caduto "aleggia" sulla poetessa che osserva la madre morta. In effetti, questa poesia, intensa ma non ingenua, stratifica in modo molto efficace il quotidiano e l'archetipico, facendo sì che il suo significato non si esaurisca completamente nell'analisi. La ritengo quindi una delle migliori della poetessa americana.

(1) Il nastro di Moebius (tanto caro a Lacan) è un concetto matematico (più precisamente, topologico). Potete trovare maggiori informazioni sull'argomento qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Nastro_di_M%C3%B6bius

SHARON OLDS. BIO-BIBLIOGRAFIA

Sharon Olds è nata a San Francisco nel 1942. Insegna scrittura creativa alla New York University. Ha pubblicato 11 volumi di poesia:
- Satan Says, University of Pittsburgh Press (Pittsburgh, PA), 1980.
(Satana dice, a cura di Elisa Biagini, casa editrice Le Lettere, Il nuovo Melograno, Firenze 2002)
- The Dead and the Living, Knopf (New York, NY), 1984.
- The Gold Cell, Knopf (New York, NY), 1987.
- The Matter of This World, Slow Dancer Press, 1987.
- The Sign of Saturn, Secker & Warburg, 1991.
- The Father, Knopf (New York, NY), 1992.
- The Wellspring: Poems, Knopf (New York, NY), 1996.
- Blood, Tin, Straw, Knopf (New York, NY), 1999.
- The Unswept Room, Knopf (New York, NY), 2002.
- Strike Sparks: Selected Poems, 1980-2002, Knopf (New York, NY), 2004.
- One Secret Thing, Knopf (New York, NY), 2008.

THE SASH

The first ones were attached to my dress
at the waist, one on either side,
right at the point where hands could clasp you and
pick you up, as if you were a hot
squeeze bottle of tree syrup, and the
sashes that emerged like axil buds from the
angles of the waist were used to play horses, that
racing across the cement while someone
held your reins and you could feel your flesh
itself in your body wildly streaming.
You would come home, a torn-off sash
dangling from either hand, a snake-charmer—
each time, she sewed them back on with
thicker thread, until the seams of
sash and dress bulged like little
knots of gristle at your waist as you walked, you could
feel them like thumbs pressing into your body.
The next sash was the one Thee, Hannah!
borrowed from her be-ribboned friend
and hid in a drawer and got salve on it,
salve on a sash, like bacon grease on a snake,
God's lard on the ribbon a Quaker girl
should not want, Satan's jism on
silk delicate as the skin of a young girl's genital.
When Hannah gave up satin her father
told her she was beautiful
just as God made her. But all sashes
lead to the sash, very sash of
very sash, begotten, not made, that my
aunt sent from Switzerland—
cobalt ripple of Swiss cotton with
clean boys and girls dancing on it.
I don't know why my mother chose it to
tie me to the chair with, her eye just
fell on it, but the whole day I
felt those blue children dance
around my wrists. Later someone
told me they had found out
the universe is a kind of strip that
twists around and joins itself, and I believe it,
sometimes I can feel it, the way we are
pouring slowly toward a curve and around it
through something dark and soft, and we are bound to
each other.

IL NASTRO

I primi che indossai erano attaccati al mio vestito
all'altezza dei fianchi, uno per parte,
proprio dove le mani possono afferrarti e
tirati su, come se tu fossi una calda
morbida bottiglia di plastica di sciroppo d'acero, e
i nastri che pendevano come boccioli sporgenti
dalla curva dei fianchi li usavamo per giocare ai cavalli
cavalcando sul cemento mentre qualcuno
li reggeva come redini, e potevi sentire
la vita stessa scorrere selvaggiamente nella carne del tuo corpo.
Poi saresti tornata a casa, un nastro strappato
che penzolava da ogni mano, incantatrice di serpenti -
e ogni volta lei li attaccava di nuovo
con un filo più spesso, finché la cucitura
tra il nastro e il vestito somigliò a tanti piccoli
noduli che sporgevano dai tuoi fianchi quando camminavi, pollici
che sentivi premere contro il tuo corpo.
Il nastro successivo fu quello che la piccola Hannah (1)
prese in prestito dalla sua elegante amica
e nascose in un cassetto e asperse con un balsamo,
balsamo su un nastro, è come ungere di lardo un serpente,
tutto grasso che cola da Nostro Signore, sul nastro che una giovane quacchera
non dovrebbe desiderare, lo sperma di Satana sul
velluto, liscio come la pelle del sesso di una ragazzina.
Quando Hannah rinunciò alla sua seta, il padre
le disse che era bella
proprio come Iddio l'aveva fatta. Ma tutti i nastri
sono della stessa sostanza del Nastro, Nastro vero da
Nastro vero, generato, non creato, che
mia zia ci spedì dalla Svizzera -
un'onda cobalto di cotone svizzero con sopra
il disegno della danza innocente di ragazzi e ragazze.
Non so perché mia madre scelse proprio quello
per legarmi alla sedia, semplicemente
le capitò sotto agli occhi, ma per un giorno intero
li sentii danzare, quei bambini blu,
attorno ai miei polsi. In seguito qualcuno
mi disse che avevano scoperto
che l'universo è una specie di striscia che
si attorciglia e si ricongiunge a se stessa, e io gli ho creduto,
a volte posso proprio sentirlo, il modo in cui
ci rovesciamo lentamente verso una curva e la percorriamo
immersi in qualcosa di oscuro e morbido, ed ecco che siamo legati
uno all'altro.

(1) Thee, Hannah! è il titolo di un libro per bambini di Marguerite DeAngeli, pubblicato nel 1940. E' un classico della letteratura a sfondo educativo dei Quaccheri: ambientato prima della Guerra Civile Americana, racconta di Hannah, una ragazzina quacchera che ama nastri e vestiti colorati e non sopporta l'abbigliamento disadorno che viene prescritto dalla comunità in cui vive. Alla fine (naturalmente…) riscoprirà il valore della semplicità.

THE VICTIMS

When Mother divorced you, we were glad. She took it and
took it in silence, all those years and then
kicked you out, suddenly, and her
kids loved it. Then you were fired, and we
grinned inside, the way people grinned when
Nixon's helicopter lifted off the South
Lawn for the last time. We were tickled
to think of your office taken away,
your secretaries taken away,
your lunches with three double bourbons,
your pencils, your reams of paper. Would they take your
suits back, too, those dark
carcasses hung in your closet, and the black
noses of your shoes with their large pores?
She had taught us to take it, to hate you and take it
until we pricked with her for your
annihilation, Father. Now I
pass the bums in doorways, the white
slugs of their bodies gleaming through slits in their
suits of compressed silt, the stained
flippers of their hands, the underwater
fire of their eyes, ships gone down with the
lanterns lit, and I wonder who took it and
took it from them in silence until they had
given it all away and had nothing
left but this.

LE VITTIME

Quando nostra Madre divorziò da te, ne fummo felici. Aveva sopportato
e sopportato, in silenzio, tutti quegli anni e ora
ti sbatteva fuori, all'improvviso, e noi ragazzi
eravamo contenti. Così eri licenziato, e noi
ce la ridevamo, proprio come rideva la gente
il giorno in cui l'elicottero di Nixon decollò
dal South Lawn (1) per l'ultima volta. Ci divertiva
pensare al tuo ufficio smantellato
insieme alle tue segretarie,
ai tuoi pranzi a base di tre bourbon doppi,
alle tue matite, alle tue risme di carta. Ritireranno anche
i tuoi vestiti, gli scuri
cadaveri appesi nel tuo armadio, e i neri
nasi delle tue scarpe dai larghi pori?
Ci ha insegnato a sopportare, a odiarti e a sopportare
finché insieme a lei ti abbiamo iniettato
il veleno del tuo annientamento, Padre. Ora
passo accanto ai barboni accucciati nei portoni, corpi
bianchi come lumache che rilucono attraverso gli strappi
dei loro vestiti di fango compresso, le macchie
sulle mani simili a pinne, il fuoco
subacqueo dei loro occhi, barche affondate con
la lanterna accesa, e mi chiedo chi li ha sopportati
e sopportati, in silenzio, finché hanno dovuto
smantellare tutto, e non gli è rimasto
che questo.

(1) Il South Lawn è una zona del parco della Casa Bianca.

THE BORDERS

To say that she came into me,
from another world, is not true.
Nothing comes into the universe
and nothing leaves it.
My mother—I mean my daughter did not
enter me. She began to exist
inside me—she appeared within me.
And my mother did not enter me.
When she lay down, to pray, on me,
she was always ferociously courteous,
fastidious with Puritan fastidiousness,
but the barrier of my skin failed, the barrier of my
body fell, the barrier of my spirit.
She aroused and magnetized my skin, I wanted
ardently to please her, I would say to her
what she wanted to hear, as if I were hers.
I served her willingly, and then
became very much like her, fiercely
out for myself.
When my daughter was in me, I felt I had
a soul in me. But it was born with her.
But when she cried, one night, such pure crying,
I said I will take care of you, I will
put you first. I will not ever
have a daughter the way she had me,
I will not ever swim in you
the way my mother swam in me and I
felt myself swum in. I will never know anyone
again the way I knew my mother,
the gates of the human fallen.

I CONFINI

Dire che entrò in me
da un altro mondo, non sarebbe dire il vero.
Niente entra nell'universo
e niente ne esce.
Mia madre - per esempio, mia figlia non
entrò in me: cominciò a esistere
dentro di me - apparve in me.
Mia madre non entrò in me.
Quando incombeva in preghiera su di me
era sempre ferocemente gentile
fastidiosa come sono fastidiosi i Puritani,
ma la barriera della mia pelle non reggeva, cedeva
la barriera del mio corpo, la barriera del mio spirito.
Lei eccitava e magnetizzava la mia pelle, volevo
ardentemente compiacerla, avrei voluto dirle
quello che voleva sentire, convincendomi di essere sua.
La servivo con ostinazione, e un giorno
divenni proprio come lei, fieramente
fuori, a caccia di me stessa.
Quando mia figlia era in me, sentivo
un'anima dentro. Ma nacque insieme a lei.
E una notte, di fronte al suo pianto, un pianto così puro
dissi: mi prenderò cura di te, ti metterò
al primo posto. Mai avrò
una figlia come lei ebbe me
non nuoterò fin dentro di te
come mia madre nuotò in me
fendendo le acque sensibili della mia anima. Non conoscerò mai più
qualcuno come conobbi mia madre,
quando i cancelli dell'umanità furono abbattuti.

A WEEK LATER

A week later, I said to a friend: I don't
think I could ever write about it.
Maybe in a year I could write something.
There is something in me maybe someday
to be written; now it is folded, and folded,
and folded, like a note in school. And in my dream
someone was playing jacks, and in the air there was a
huge, thrown, tilted jack
on fire. And when I woke up, I found myself
counting the days since I had last seen
my husband-only two years, and some weeks,
and hours. We had signed the papers and come down to the
ground floor of the Chrysler Building,
the intact beauty of its lobby around us
like a king's tomb, on the ceiling the little
painted plane, in the mural, flying. And it
entered my strictured heart, this morning,
slightly, shyly as if warily,
untamed, a greater sense of the sweetness
and plenty of his ongoing life,
unknown to me, unseen by me,
unheard, untouched-but known, seen,
heard, touched. And it came to me,
for moments at a time, moment after moment,
to be glad for him that he is with the one
he feels was meant for him. And I thought of my
mother, minutes from her death, eighty-five
years from her birth, the almost warbler
bones of her shoulder under my hand, the
eggshell skull, as she lay in some peace
in the clean sheets, and I could tell her the best
of my poor, partial love, I could sing her
out with it, I saw the luck
and luxury of that hour.

UNA SETTIMANA DOPO

Una settimana dopo ho detto a un amico: no,
non penso proprio di poterne scrivere.
Forse nel giro di un anno scriverò qualcosa.
Dentro di me, forse, c'è quel qualcosa che un giorno qualunque
finirò per scrivere; ma adesso è ben avvolto, strato su strato
su strato, chiuso come un appunto in un quaderno di scuola. E in sogno
qualcuno giocava a jacks (1) e in cielo vedevo
la parabola discendente di quell'enorme oggetto
in fiamme. E al risveglio mi sono ritrovata a contare
i giorni trascorsi dall'ultima volta che ho visto
mio marito - solo due anni e una manciata di settimane,
e qualche ora. Abbiamo firmato le carte e siamo scesi
al pian terreno del Chrysler Building
circondati dalla bellezza inalterabile dell'atrio,
una tomba da re, con il piccolo aereo
dipinto che attraversava il soffitto in volo. Ed entrò
nel mio cuore severo, quella mattina,
delicato, timido e attento,
indomito, un più ampio senso di dolcezza
colmo della sua vita fluente
a me incomprensibile, a me invisibile
impossibile da udire o da toccare - eppure conosciuto, visto,
udito, toccato. E venne da me,
in attimi uniti dal tempo, attimo dopo attimo,
perché fossi felice per lui, perché aveva scelto la persona
che sentiva giusta per lui. E ho pensato a mia madre,
ai minuti passati dalla sua morte, agli ottantacinque
anni passati dalla sua nascita, alle ossa d'uccello
della sua spalla sotto la mia mano,
al guscio d'uovo del suo cranio, mentre giaceva in quella sua pace
tra le lenzuola pulite, e io potevo raccontarle così bene
del mio povero amore incompleto e tenace, potevo invocarla
con il canto del mio amore, consapevole della fortunata
e preziosa occasione di quell'ora.

(1) The game of jacks è un gioco in cui si utilizzano piccoli oggetti di metallo a sei punte, detti appunto jack, a volte sostituiti da sassolini. Per informazioni sull'argomento: http://www.ehow.com/how_2964_play-jacks.html

Commento e traduzioni sono di proprietà dell'autore. Ne è vietata la riproduzione, anche parziale, se non dietro esplicito consenso dello stesso.
Per informazioni: info@alessandromanitto.com

Nota

Sharon Olds (San Francisco, 1942), poetessa statunitense, ha studiato alla Stanford University e alla Columbia University.
Ad oggi ha pubblicato otto volumi di poesie.
La sua prima raccolta risale al 1980, ed è stata pubblicata in Italia con il titolo Satana dice.
Rilevante tra le sue pubblicazioni anche Il padre (1992).
Nel corso della sua carriera le sono stati attribuiti diversi riconoscimenti. Attualmente vive a New York e insegna scrittura creativa alla New York University.
http://www.poetryfoundation.org/bio/sharon-olds
http://www.youtube.com/watch?v=h6lws2L1iVY

Alessandro Manitto insegna dal 2000 scrittura creativa e cinema, e lavora come autore per Walt Disney Television Italia nell'ambito del progetto di divulgazione scientifica AttivaMente.
http://www.alessandromanitto.com/

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