venerdì 8 ottobre 2010

Interventi - Nicola Vitale

SALVADOR DALI’ E MAURIZIO CATTELAN A PALAZZO REALE
Due artisti a confronto
di Nicola Vitale

Le esposizioni a Palazzo Reale, quasi in contemporanea, del grande pittore surrealista Salvador Dalì e di Maurizio Cattelan, cinquantenne all’ultimo grido dei fasti del contemporaneo (diffusamente noto per aver impiccato a un albero milanese tre bambini di gomma), offre lo spunto per una riflessione su come i cambiamenti dell’arte dell’ultimo secolo riflettano mutamenti esistenziali profondi.
Pur essendoci tra i due artisti una distanza cronologica di oltre un cinquantennio, e una relativa differenza delle modalità espressive, sussistono alcune analogie significative. Nel surrealismo di Dalì, emerso nei primi decenni del Novecento in un periodo di grande fertilità, troviamo quella poetica della trasformazione del reale, deformazioni, ibridazioni, portati con un gusto volto a stupire, sconvolgere, provocare il ceto sociale formato prevalentemente dai nuovi ricchi, nato nell’Ottocento con la rivoluzione industriale, che cercava con l’acquisto di opere d’arte il riscatto sociale. “Épater les bourgeois” era il motto dei surrealisti, intenti a scardinare con opere scandalose un gusto istituito convenzionale, quella piacevolezza superficiale che spesso sfociava nella banalità decorativa. Questo gusto della provocazione costituirà in seguito uno degli aspetti rilevanti dell’arte contemporanea, e prenderà decisamente piede negli anni Sessanta con le correnti più impegnate nel sociale come l’arte concettuale, volte alla denuncia della civiltà contemporanea del puro interesse materiale e delle più paradossali aberrazioni nascoste sotto il torpore del benessere in un’apparenza di moralità. Questa è l’eredità di Cattelan, che cavalca, insieme ad altri artisti di grido del jet set internazionale, il cavallo vincente dello shock, dell’ibridazione provocatoria, toccando come in un’efferata tortura i punti nevralgici oscuri e contraddittori della odierna cultura occidentale.
Se dunque in questo senso un'analogia tra Dalì e Cattelan è evidente, dall’altra abbiamo una differenza che pone i due artisti agli antipodi, e che ci rivela il profondo stato di decadenza in cui versano la nostra civiltà e l’arte che ne emerge.
Al di là dei significati delle sue opere, degli aspetti tematici e iconografici, Dalì è stato innanzitutto un grande pittore, che si è misurato con i più grandi della storia. E’ nota la sua venerazione per Raffaello e Vermeer, la conoscenza approfondita della pittura di ogni tempo, la sua enorme cultura, la grandiosa visione e sensibilità. Questa cultura specifica del mezzo espressivo che il maestro spagnolo ha coltivato in modo maniacale, come emerge dai suoi scritti e dalle sue opere, è la caratteristica che non solo divide i due artisti, ma separa anche l’intera concezione dell’arte moderna, a cui appartiene Dalì, dall’arte contemporanea il cui esponente di punta è Cattelan. L’arte moderna, dal suo sorgere con Cézanne, Van Gogh e Gauguin fino a tutte le avanguardie storiche, se da una parte abbandona la visione naturalistica convenzionale dell’Ottocento, dall’altra (e qui sta il suo aspetto più rilevante) riscopre la bellezza astratta dell’immagine: quella armonia di forme e colori che caratterizzano nel suo profondo l’espressione artistica di ogni tempo. Gli artisti moderni ritrovano insomma il fondamento dell’arte che dal Cinquecento è andato man mano indebolendosi. Alla bellezza naturale banalizzata dalla perdita di intensità e verità formale, contrappongono la bellezza del colore e delle armonie astratte, che Dalì, come i grandi artisti rinascimentali, saprà conciliare con la figura naturalistica (pur se deformata) ridandogli nuova vitalità.
E’ qui che si verifica la funzione più importante dell’arte, istintiva, naturale: la sua funzione reintegrativa, una sorta di esercizio che riporti la coscienza scissa dell’uomo, filtrata nei diversi aspetti del linguaggio espressivo, a una sempre nuova unità. Dalì, grazie alla sua grande sapienza espressiva, elabora in questo processo reintegrativo anche gli aspetti inconsci, aberranti e rimossi della coscienza dell’uomo contemporaneo, portando così a una nuova integrità, a una ricchezza interiore che è sempre il fine dell’arte.
Ma l’arte contemporanea, dagli anni Sessanta, interpretata l’arte solo come linguaggio, in un puro processo intellettuale, e dimenticando la sua funzione originaria, reintegrativa, volta alla ricerca dell’universalità del bello, deve porre come unico principio di senso la provocazione e il processo innovativo del linguaggio, che tra gli anni Settanta e Novanta arriva a esaurire le sue possibilità, a svuotarsi e a perdere consistenza, per cui si parlerà diffusamente di “morte dell’arte”. Cattelan si inserisce in questo clima di estenuazione della ricerca linguistica e della provocazione, dove per farsi conoscere ormai non restano che lo scandalo e il sostegno indispensabile di un mercato dell’arte che ha ricostruito, nelle sue strutture promozionali e commerciali, l’esatta copia della civiltà dei consumi, dove il valore spirituale dell’arte è sostituito dal valore commerciale, come è esaurientemente descritto dall’economista Donald Thompson in Lo squalo da 12 milioni di dollari (Mondadori, 2009). Non dimentichiamo, infatti, che i tre bambini di gomma di Cattelan sono stati acquistati da un museo tedesco a un milione di dollari.
A questo punto sorgono diverse perplessità, ma due sono gli interrogativi preponderanti: se l’arte dalle sue origini è stata uno strumento edificante, per elevare l’Uomo dalla sua condizione animalesca e costruire una realtà diversa da quella istintiva e brutale, eliminando quella funzione educativa cosa potrà porre al riparo l’Uomo stesso da una deriva barbarica? Che senso ha oggi che l’arte provochi la civiltà dei consumi, del potere e del mercato senza scrupoli, proponendosi però a partire da un sistema che ne imita pedestremente le modalità e i contenuti? Se l’arte vuole provocare senza cadere in una smaccata ipocrisi,a non dovrebbe provocare proprio quel sistema commerciale di cui invece si nutre?

NOTA

Nicola Vitale, poeta e pittore, è nato a Milano nel 1956.
Come poeta ha pubblicato sull’Almanacco dello Specchio (Mondadori, 1987 e 2005), è presente nell’antologia a cura di M. Cucchi e S. Giovanardi Poeti italiani del Secondo Novecento (Mondadori, 2004), e ha pubblicato le raccolte La città interna, Primo Quaderno Italiano Poesia contemporanea (Guerini e Associati, 1991), Progresso nelle nostre voci (Mondadori, 1998), La forma innocente (La collana, Stampa, 2001), Condominio delle sorprese (Mondadori, 2008).
Come artista visivo ha esposto in mostre personali e collettive, in spazi pubblici e gallerie private, in Italia, Svizzera, Islanda e Stati Uniti. Hanno scritto del suo lavoro Pierre Restany, Rossana Bossaglia ed Elena Pontiggia.
La sua ultima mostra personale Le (n) meraviglie del mondo è in corso presso la galleria milanese The White Gallery.
http://www.nicolavitale.com/
http://www.thewhitegallery.it/thewhitegallery.html
http://poesia.blog.rainews24.it/2010/05/13/nicola-vitale-le-n-meraviglie-del-mondo/

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